Venerdi, 24 febbraio 2017 - ORE:11:24

Iran: lotta per la libertà dalla discriminazione di genere


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L’urlo di migliaia di donne iraniane si fa largo nelle strade di Teheran. L’eco della rivoluzione khomeinista rischia di sgretolarsi sotto i colpi della dissidenza interna. Ahmadinejad è impegnato in una vera e propria “caccia alle streghe” per mantenere ben saldo il suo elettorato. Gran parte dell’appoggio degli Ulama è già crollato. Lo spettro di Khomeini si va lentamente dissipando. Sarà Mousavi il volto del cambiamento? Oppure sua moglie Rahnavard?

Mohammed Reza Pahlavi, l’ultimo scià di Persia, venne deposto dalla rivoluzione sciita del 1979 guidata dall’ayatollah Khomeini, una delle più grandi figure politico-religiose dell’attuale Iran. Il nuovo capo di stato predicava un ritorno ad un islam più puro ed essenziale, basato esclusivamente sulle scritture coraniche, unico vero fondamento di una società perfetta a livello etico. L’intero Medio Oriente venne totalmente sconvolto da quella che fu la prima rivolta sciita della storia e il movimento politico con più adesione popolare che si è mai visto in Iran.

L’attacco di Khomeini al potere istituzionale demolì per sempre il corrotto impero degli scià che per decenni avevano permesso agli Stati Uniti di controllare la quasi totalità del golfo persico. Fu una rivoluzione politica che sconvolse alleanze e vivere quotidiano. L’osservanza della legge coranica era divenuta la vera incarnazione della rivoluzione. Un’ identità contrapposta all’ occidente infedele che aveva spadroneggiato per anni sulla nazione, con il tacito consenso del palazzo reale di Teheran. Una rivolta di dimensioni enormi e dalle mille sfaccettature. Luci di riscossa sociale e tetre ombre di morte ed oppressione. Vi è un argomento di cui si parla poco in questa svolta storica. Il ruolo delle donne all’interno della rivoluzione Khomeinista fu cruciale. Queste presero parte alla destituzione dello scià e anche i rappresentanti del movimento politico sciita dovettero riconoscere il loro coraggio. Subito dopo, però, un ordinanza con effetto immediato destituì tutte le donne dagli impieghi pubblici di grande rilevanza e responsabilità.

Giudici, magistrati, avvocati, medici, chirurghi e amministratori dovettero lasciare definitivamente il loro posto di lavoro, per la sola ragione di essere donne. Successe anche a Shirin Ebadi, famosa giurista e avvocatessa (premio Nobel per la pace nel 2003 per la sua assidua lotta in tribunale per i diritti delle donne iraniane). Tuttavia questo non fermò i nascenti focolai di disobbedienza tra le giovani donne iraniane. Per la prima volta le ragazze iraniane videro aprirsi le porte delle università in tutta la regione. I l’ayatollah, con le loro prediche rassicuranti, trasmisero alla popolazione maschile l’idea che le loro mogli e figlie non erano più in pericolo e, all’ interno di quella società totalmente rinnovata, non vi era nulla di male nel permettere loro di ricevere un educazione d’alto livello. Dal canto loro le donne videro nell’ istruzione un potente mezzo d’emancipazione. Fu così che si formarono diversi nuclei di dissidenti femministe. Le più disparate facoltà iraniane assistettero ad un picco d’iscrizioni femminili. Videro la luce riviste come “Zanan magazine”, attualmente ancora la più famosa rivista femminista iraniana, portata alla ribalta da Shahla Sherkat. Giornalista geniale, che senza curarsi delle possibili ritorsioni sulla sua persona, denuncia ancora oggi soprusi e violenze domestiche insabbiate o messe a tacere nei tribunali di tutto lo stato.

A cosa puntano questi movimenti? Qual è lo scopo di manifestazioni di piazza, scontri letterari e diatribe su interpretazioni coraniche di vario tipo? Per comprenderlo bisogna capire perché i tentativi d’emancipazione femminile, presenti in tutto il mondo islamico, sono visti come una minaccia all’ordine istituito. Il divieto di Ahmadinejad, arrivato lo scorso settembre, rivolto alla possibilità per le donne di frequentare la maggior parte delle facoltà iraniane, ci offre un ottimo esempio su cui riflettere. Perché Khomeini non fece lo stesso? L’istruzione femminile era un pericolo per il suo potere? Come mai per Ahmadinejad è diverso? La chiave del mistero sta nella profonda crisi dell’attuale governo iraniano. Il premier non può permettersi dissidenti interni, perché la sua stessa autorità di leader è messa in discussione dalle fondamenta. La base teorica su cui si fondò il potere di Khomeini, che cavalcò abilmente il dissenso popolare sciita nei confronti dello scià corrotto, è quel ritorno ad un islam puro e mondo da un occidente sfruttatore. L’identità venne usata come arma politica, per portare alla riscossa un popolo stanco di contrattare continuamente con un alleato troppo avido.

Sulla costruzione della differenza, sulla perfezione di quell’islam formale proclamato dall’Iran di Khomeini, si fondò tutta l’autorità quasi profetica dell’ayatollah. Si può tranquillamente dire che Ahmadinejad vive dell’autorità acquisita dal suo predecessore, anche se di certo non gode della stessa aura celeste. Le sue alleanze si stanno sfaldando sempre più. Le contestazioni interne strisciano come serpenti furtivi pronti a insidiare la sua instabile poltrona. In questo clima di sospetto, le proteste femministe sono viste come un tradimento della donna, come un’abiura della propria identità islamica. Minare la volontà di essere diversi dall’ occidente significa attentare al potere post khomeinista. Nulla è più diverso dalla verità. Nessuno degli attuali movimenti di protesta femminile, compreso quello capeggiato dalla giornalista Shahla Sherkat, ha intenzione di rinnegare l’islam. In effetti queste prese di posizione sono all’ interno della stessa legge coranica. Ciò che si contesta ai l’ayatollah, seguaci di Khomeini, è l’interpretazione rigida e formale, che non guarda al messaggio morale e sociale dell’islam.

L’uguaglianza dei membri della Umma, l’importanza della solidarietà e della comprensione con la quale ciascuna singola comunità deve prendere le decisioni, a partire dallo stesso nucleo familiare, sono gli ideali islamici evocati dalle femministe, che cercano oggi di autodeterminarsi in un Medio Oriente in continuo mutamento socio-politico. Per questo si può parlare di disobbedienza civile e non del tanto temuto rinnego dell’identità islamica. Quest’ultima tematica è usata dal governo di Ahmadinejad, e non solo, per eliminare il problema alla radice. Si cerca di far apparire queste donne, immensamente coraggiose, come delle traditrici alleate al gigantesco spettro neocolonialista che ancora infesta i peggiori incubi iraniani. Le nuove elezioni in Iran incombono. Il leader dell’opposizione, Mousavi, si presenta in pubblico sempre accompagnato dalla sua consorte.

Zahra Rahnavard è ormai divenuta il vero volto della speranza per milioni di donne. L’apertura verso il fronte femminista è evidente. Molti sono già pronti a scommettere che Ahmadinejad non lo permetterà mai. Teme questa nuova prospettiva, ma il cambiamento è già in atto.



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