Venerdi, 24 febbraio 2017 - ORE:11:25

Più di 4.000 fuoriuscite di petrolio nel Mare del Nord: è ancora possibile puntare sui combustibili fossili?



Secondo una recente inchiesta pubblicata dal Guardian, nell’arco degli ultimi 12 anni, dal 2000 ad oggi, si sarebbe verificata la spaventosa cifra di 4123 fuoriuscite di petrolio nel solo Mare del Nord da piattaforme offshore, confermate anche dal Dipartimento dell’Energia e del Cambiamento Climatico (DECC).

Nonostante questi sconcertanti dati, le compagnie petrolifere coinvolte sono state multate solamente il 7 occasioni, e con una cifra pressoché irrisoria che non ha mai superato le 20mila sterline (circa 25mila euro) per ciascuna compagnia; infatti, il totale delle multe riscosse ammonterebbe a 74mila sterline, di sicuro una somma insufficiente per far fronte a problematiche di tale rilievo, sia dal punto di vista della prevenzione che da quello del risanamento.

Il risultato di queste catastrofiche emissioni passate generalmente sotto complice silenzio sarebbe, sempre stando ai dati diffusi dal Guardian, un qualcosa come 1226 tonnellate di greggio sparse liberamente nel mare, equivalenti a circa 8500 barili di petrolio. All’origine del drastico peggioramento sembrerebbe esserci la decisione del governo inglese di incrementare il numero delle trivellazioni in mare con ulteriori 167 licenze per le compagnie petrolifere; inoltre ad oggi ce ne sarebbero altre 61 in corso di valutazione.

Il Petrolio nel Mare del Nord

Come se non bastasse, recentemente la compagnia americana Talisman Energy ha reso noto il progetto di investire 1,6 miliardi di euro per un nuovo progetto di trivellazione nella zona Montrose, sempre nel Mare del Nord, dove due nuovi giacimenti produrranno 36 mila barili di petrolio al giorno entro il 2016.

Dati che dovrebbero far riflettere paesi come l’Italia che ancora si affidano alla trivellazione smodata e incontrollata dei proprio pozzi marini. È del 23 marzo scorso l’articolo 35 del decreto legge “Cresci Italia” fa ripartire tutti i procedimenti di estrazione di petrolio nei mari italiani che erano stati bloccati nel giugno di due anni a seguito dell’incidente della Horizon nel Golfo del Messico. Da mesi Greenpeace, Legambiente e WWF lanciano l’allarme in quanto: “quell’articolo minaccia una superficie marina più grande della Sicilia aprendo delle istanze di prospezione e di ricerca in mare nella fascia di interdizione delle 12 miglia che metteranno a rischio le aree protette e le zone litoranee di pregio”.

Per il giornalista Pietro Dommarco, autore del libro “Trivelle d’Italia”:

“Solo fotografando le comunità del nostro Paese già interessate da queste attività di trivellazione è possibile conoscere i risvolti legati al consumo del territorio, impatti ambientali, incidenza sanitaria e ricadute economiche. Quattro direttive lungo le quali si sviluppa un contesto normativo da rivedere, che sembra essere totalmente sbilanciato verso le compagnie petrolifere, perché sostanzialmente fondato su impianti giuridici iniqui o deboli. Basti pensare, ad esempio, alle irrisorie compensazioni ambientali e alla bassa franchigia, ovvero quel limite minimo di quantità di greggio e di gas estratti al di sotto del quale gli operatori non versano royalties allo Stato”.

L’Italia infatti è una sorta di paradiso fiscale per i petrolieri, che pagano royalty solo del 7% per il gas e del 10% per il petrolio. Cifre ridicole rispetto a quelle applicate dagli altri Paesi ‘sviluppati’ che vanno dal 20% all’80% del valore degli idrocarburi estratti.

“Estrarre idrocarburi nel nostro Paese è ancora vantaggioso solo perché esistono meccanismi che riducono a nulla il rischio d’impresa, mettendo però ad alto rischio l’ambiente” ha spiegato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico Legambiente.

La soluzione, secondo Greenpeace, Legambiente e WWF, è quella di una scelta più coraggiosa e lungimirante che abbandoni definitivamente le fonti fossili e scommetta su una strategia energetica nazionale basata su efficienze e rinnovabili, e sostenuta anche dai senatori Francesco Ferrante, Roberto Della Seta, Antonio D’Alì e Daniela Mazzuconi, firmatari di un disegno di legge per abrogare l’articolo 35.



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