Domenica, 22 gennaio 2017 - ORE:07:02

Melissa doveva morire?


L’assassino di Melissa aveva due telecomandi, uno per attivare l’innesco e uno per far esplodere le tre bombole di GPL.

Secondo la ricostruzione l’attentatore avrebbe collaudato il funzionamento dell’innesco già il sabato mattina, poi lo ha spento. Arriva un pull-man, quello partito da Erchie e l’uomo con i telecomandi fra le sue mani attende, lasciando passare i ragazzi inconsapevoli proprio sotto la falce mortifera da lui meticolosamente posizionata. Trenta studenti hanno attraversato il corpo etereo della morte e si sono avviati verso l’ingresso della scuola.

Improvvisamente la sua attenzione si distoglie dal primo gruppo e passa ad un secondo, quello proveniente da Mesagne. Il pull-man si ferma, le porte si aprono e escono altri ragazzini. Sono pochi secondi ritmati dai giovani passi in direzione della scuola, 1..2…3.. e nulla è più lo stesso.

Voleva uccidere proprio quelle ragazze provenienti da Mesagne, ma perché?

Si cercano collegamenti tra l’istituto Morvillo Falcone e il paese di Mesagne.

Ognuno ha un settore da scandagliare, nessuna pista viene tralasciata anche se quella privilegiata, come testimoniano i numerosi interrogatori di questi giorni, è quella di un uomo esperto di elettrotecnica, in grado di confezionare un ordigno e un sistema di innesco come quelli che hanno provocato la morte di Melissa.

Continua l’interrogativo senza risposta:

È un caso che le tre taniche di gas siano state fatte esplodere a vent’anni dalla morte di Giovanni Falcone , davanti l’istituto professionale che porta il suo nome, dove studiavano diversi figli di ex pentiti e boss, nel giorno dell’arrivo della carovana della Legalità a Brindisi, una settimana dopo del ritrovamento di notevoli quantitativi di tritolo sulle coste pugliesi?

Possibile non c’entri nulla che il padre di due ragazze ferite, Ilaria e Veronica Capodieci,che collabora con Libera Terre di Puglia o che il 2 maggio scorso era stata fatta saltare in aria l’auto di Fabio Marini, presidente della locale associazione antiracket o che dieci giorni fa un’operazione di polizia, la “Die Hard”, aveva portato in carcere 16 esponenti dei clan, dopo le rivelazioni del pentito Ercole Penna?

Interrogato anche il Re del contrabbando pugliese Francesco Prudentino, più noto con il soprannome di “cicco la busta”. Rinunciando ad avere accanto il proprio avvocato di fiducia ha chiarito: “Non ne ho bisogno, non ho niente a che vedere con quella bestia. Se avessi la possibilità di prenderlo lo ammazzerei” ha detto lui alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Le indagini continuano.



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