Sabato, 24 giugno 2017 - ORE:00:31

Le Pussy Riot sono libere, il mondo no

Pussy Riot

Pussy Riot

Un’amnistia non voluta

Il 23 dicembre 2013 le due esponenti del colletivo “Pussy Riot”, Maria Alekhina e Nadejda Tolokonnikova, sono state liberate.

Putin si è trasformato improvvisamente da rigido gerarca in Babbo Natale, firmando un’amnistia.
Un grande atto di umanità avranno pensato in molti, una profanazione hanno detto le due donne appena uscite dal carcere: “avessi potuto avrei rifiutato la misericordia” queste sono state le prime parole Maria Alekhina, che si è poi diretta verso la sede di un’organizzazione contro la tortura per scoprire come portare avanti una denuncia che aveva scritto durante il periodo di detenzione.
Sia Maria che Nadejda hanno dichiarato fermamente che non rinnegano niente di quello che hanno fatto, non rimpiangono di aver cantato la “preghiera punk” contro Putin: costata loro un’accusa di vandalismo motivato dall’odio religioso e la permanenza in Siberia: “siamo pronte a ripeterla, ma vorremmo che la canzone fosse ascoltata nella sua interezza, non solo un verso” hanno detto ai giornalisti.

L’ipocrisia, le Olimpiadi di Sotchie la politica repressiva russa

Un regalo di Natale non voluto e non gradito insomma, che dietro le sembianze di un atto misericordioso sembra tanto una trovata pubblicitaria del Cremlino, un gesto che di caritatevole o di apertura al confronto non ha niente, concessa, probabilmente, per sotterrare ancora più in profondità tutti gli atti di repressione che la Russia sta portando avanti da tempo con leggi discriminatorie nei confronti degli omosessuali e provvedimenti rigidi e intolleranti verso gli oppositori politici, un atto posto in essere solo per risollevare la reputazione della Russia in vista delle ormai molto vicine Olimpiadi di Sotchi, olimpiadi che per le due ribelli e gran parte degli intellettuali europei devono essere assolutamente boicottate: Sotchi è infatti una delle località della Siberia dove vengono tenuti prigionieri gay, ribelli e oppositori.

Luoghi dove si porta avanti un metodo di “risocializzazione”, così lo chiama il governo, composto principalmente da torture, atti brutali, annullamento dell’individuo non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico.
Nadejda e Maria sono risolute, non scenderanno mai a compromessi, soprattutto la prima che in questi anni di prigionia ha scritto molto, intavolando anche una relazione epistolare con il filosofo Zizek, elaborando teoria su come dovrebbe essere organizzata la Russia, sui danni del capitalismo nella società, ormai portata ad una condizione di omologazione generale e di alienazione dell’individuo, visto solo come macchine che produce e riproduce senza ricevere niente in cambio.

Protesta contro un sistema bulimico, ossessionato dal potere a ogni costo

Le Pussy Riot hanno accusato tutta l’Europa, considerando il silenzio generale come un atto di collaborazionismo.
Nadejdae il suo gruppo non sono portatrici di un modello definibile con la banale parola di neocomunismo.
In questo periodo la giovane ha cercato di risolvere tutti i suoi contrasti e dubbi interiori arrivando alla conclusione, forse in gran parte oggettiva e condivisibile, che il problema ormai sono le grandi potenze, come la Russia e gli Stati Uniti, che portano avanti l’idea di un mondo che deve solo espandersi, raggiungere nuovi livelli di sviluppo a qualsiasi costo. Non rispettando ciò che a priori dovrebbe passare avanti a tutto: i diritti umani, la lotta contro la schiavitù e la povertà, il fatto che milioni di persone siano sottomesse ad una economia che consuma e consuma continuamente. Considerare l’individuo per quello che è, avendo rispetto dei suoi bisogno e del suo diritto a realizzarsi, sono pensieri che costituiscono, ormai, l’eccezione.



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