Martedi, 17 ottobre 2017 - ORE:03:52

La facile corsa all’indignazione. Io non sono Charlie Hebdo

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Il delitto come strumento di propaganda

È molto probabile che per giorni, se non per settimane, leggeremo, parleremo e sentiremo parlare del massacro dei redattori di Charlie-Hebdo. Come è giusto che sia: per onorare le vittime e condannare gli assassini. L’hashtag #JeSuisCharlie sarà il più diffuso su Twitter; su social, media tradizionali e per strada se ne parlerà moltissimo.

È l’obiettivo per cui è stata commessa la strage. Il delitto come strumento di propaganda. Fino a una trentina di anni fa, nel nostro Paese, gruppi come Prima Linea cercavano visibilità ammazzando giornalisti e cittadini inermi. Era una questione di marketing, più che di strategia politica. Ammazzo, dunque sono.

Oggi ci stupiamo che si possa morire per una vignetta: ricordiamoci perché vennero trucidati – due nomi su tutti – Walter Tobagi e Carlo Casalegno. Ma la memoria, si sa, non si trasmette per osmosi e ormai, dal 2001, la stessa parola “terrorismo” si accompagna sempre all’aggettivo “islamico”.

Islam non è sinonimo di terrorismo

E quindi rieccoci a parlare di “Undici settembre europeo”, come ha fatto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, a inveire contro l’Islam “religione incompatibile coi valori occidentali”, a citare per l’ennesima volta Oriana Fallaci. L’orrore del terrorismo porta con sé l’orrore della banalità dei commenti e la grettezza dei commenti basati sul nulla. Chi sono gli attentatori di Parigi? Scoprirlo è certo compito degli inquirenti francesi, come subito si è affrettato a scrivere Galli della Loggia. Cellula di Al Qaeda? ISIL? Poco importa, la discussione si sposta subito sul livello altissimo (e quindi bassissimo) della religione e della morale.

È successo a Parigi e quindi “da noi”. E per questo ci interessa. Quando l’ISIL uccide in Iraq o il terrorismo sunnita uccide in Iran (eh sì, succede proprio così, lo avreste mai detto?) ci importa pochissimo, non “siamo Charlie”, non siamo nessuno in quei casi.

Però, allo stesso tempo, Parigi è lontana. Perché non è Roma, non è Londra e nemmeno Berlino. Se davvero le minoranze (e uso volutamente il plurale) “islamiche” sono così incompatibili con l’Occidente, come mai a Londra o in Germania i problemi di convivenza sono infinitamente minori? C’è un pregiudizio orribile di fondo. Che quel miliardo e mezzo di esseri umani che Galli della Loggia mette tutti insieme, debba essere o illuministicamente redento da un “Occidente” progredito o cinicamente ributtato a mare.

La prima ipotesi era alla base dell’ideologia neocon. Fallita militarmente e politicamente in Afghanistan e Iraq, e crollata dal punto di vista etico ad Abu Ghraib e Guantanamo. Davvero crediamo di poter dare lezioni al resto del mondo?

La seconda ipotesi, sicuramente gradita a moltissimi, cozza però con le dinamiche dell’economia globale. Ad esempio, Finmeccanica ha di fatto “importato” un pezzo di Bangladesh per lavorare ai cantieri di Monfalcone. Quegli operai costano poco, peccato solo che i friulani non gradiscano vedere tutte quelle “pastrane islamiche” la sera, come si lamentava una taxista la scorsa settimana a Trieste (immigrata dalla Russia trent’anni fa…). Ci piace la globalizzazione solo se possiamo volare in low cost all’altro capo del mondo, ma ci mettiamo paura di chi veste o prega in modo diverso dal nostro.

La diffusione del wahabbismo negli ultimi trent’anni è storia. E i responsabili – diretti e indiretti – sono noti. L’Arabia Saudita continua da una parte a finanziare il salafismo e dall’altra ad essere l’alleato di ferro degli Stati Uniti in Medio Oriente. Molti dei problemi e dei difetti che genericamente vengono imputati a tutti i Paesi islamici, sono in realtà triste prerogativa di Riyad.

Però non solo nelle chiacchiere da bar, ma persino nelle analisi dei nostri intellettuali “laici”, questo non viene mai detto. E allora si chiede genericamente all’Islam (cioè a un miliardo e mezzo di persone?) di fare autocritica, di crescere. Come se quella parte enorme di mondo che va dal Marocco all’Indonesia fosse un buco nero in attesa di salvezza o di condanna eterna. Come se le prime vittime del salafismo non fossero proprio altri musulmani, in Siria, Iraq, Afghanistan e persino ieri a Parigi, visto che due delle vittime erano di religione islamica.

Io non sono Charlie Hebdo

Frequento il Medio Oriente da diversi anni, posso dire di conoscere molte persone di fede islamica. Alcuni sono amici cari. Non mi ergo ad esperto di nulla, ma non sopporto analisi e giudizi da chi non sa assolutamente nulla di Islam, da chi non viaggia, non legge, non chiede. E magari oggi posta una foto sui social e diventa un paladino della libertà di espressione. Libertà che in alcuni casi contempla anche il sacrosanto dovere di tacere e ascoltare prima di parlare a vanvera.



Fate sempre attenzione! di ldgsocial
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