Domenica, 22 gennaio 2017 - ORE:07:02

I cuccioli di Green Hill e la vivisezione


Chissà cosa avrebbe pensato il Mahatma riguardo ai fatti di sabato avvenuti sulle colline bresciane di Montichiari quando uno sparuto gruppo di animalisti è passato all’azione liberando 30 cuccioli beagle e una fattrice, destinati dall’allevamento da cui provenivano, il tristemente noto Green Hill, ad una crudele fine su qualche tavolo operatorio, in preda ad atroci dolori. Tante vite, per unico fine: una stupida e disumana morte, vivisezionati. Il video della liberazione ha ormai fatto il giro del mondo e tutti gli animalisti e attivisti internazionali hanno espresso la loro solidarietà e il loro sostegno ai 12 manifestanti che, immediatamente arrestati dalla Digos, al momento restano ancora in carcere. Le accuse di cui devono rispondere sono rapina, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, furto aggravato in concorso e violazione di domicilio aggravata. Secondo la società Green Hill e le forze dell’ordine il danno provocato dall’invasione degli attivisti ammonta a circa 250mila euro. Stamani anche gli hacker di Anonymous si sono fatti avanti con un comunicato stampa sul sito di Anlaids, l’associazione italiana per la lotta contro l’AIDS, che ieri notte aveva pubblicato tutto il suo sostegno al blitz animalista. “Vogliamo mandare un forte messaggio di solidarietà agli attivisti arrestati”, afferma Anonymous. “Ci scagliamo contro l’industria della vivisezione“.

Questi fatti si commentano da soli, ho pensato, ma purtroppo non è così. Nei sondaggi ‘solo’ l’83% degli italiani è favorevole all’abolizione della vivisezione. Certo, è una maggioranza schiacciante, ma non totale, e cercando a fondo mi sono imbattuta in persone ancora preistoricamente informate che guardano a questa barbara operazione come assolutamente necessaria, anzi benefica per la salute umana. Niente di più errato. Per cominciare, già dal 1959 si cominciò a pensare a metodi differenti, quando Russel e Burch e concepirono il cosiddetto metodo delle 3R: R come Refinement (Raffinamento), Reduction (Riduzione) e Replacement (Rimpiazzamento). In breve, loro intendevano svolgere un raffinamento delle tecniche sperimentali in modo da causare meno sofferenza possibile; una riduzione del numero di animali impiegato per svolgere queste tecniche.

Infine un totale rimpiazzamento del tester animale con tecnologie differenti. Ovviamente le prime due R non solo non eliminano il problema, ma non hanno neppure una globale veridicità scientifica, in quanto i risultati degli esperimenti animali non sono applicabili all’uomo. Il rischio per la salute umana di essere danneggiata da un particolare prodotto resterà anche dopo aver eseguito questi test, che quindi non sono solo barbari e meschini, ma anche inutili. L’ultima R invece apre la porta a nuove possibilità che nel corso degli anni sono andate sviluppandosi e che ora siamo in grado di chiamare reali alternative possibili ed efficaci alla vivisezione.

Per capirli meglio è necessaria una distinzione. Gli esperimenti animali si dividono in tre categorie: la maggior parte di essi sono test ‘di tossicità’, obbligatori per legge e necessari per capire se una data sostanza è nociva per l’uomo; altri sono compiuti dalla ricerca biomedica di base per lo studio delle malattie, per i quali invece non sono obbligatorie per legge cavie animali, ma che vengono comunque utilizzate; infine abbiamo una piccola percentuale di esperimenti a scopo didattico.

Validi metodi alternativi ai test di tossicità eseguiri su animali sono:

* Colture di cellule e di tessuti umani, che permettono ai ricercatori di studiare specifiche parti del corpo umano. Ad esempio, cellule di sangue e tessuto canceroso servono a investigare sulle modalità con cui i virus causano le infezioni; la placenta umana può servire per provare se certi farmaci possono o meno passare la barriera placentale dalla madre al bambino.

* Microorganismi: servono a provare il danno genetico causato da sostanze chimiche o radiazioni. Ad esempio, il test di Ames, basato su microorganismi, è un test di mutagenicità, cioè può identificare le sostanze chimiche che danneggiano il DNA delle cellule.

* Modelli matematici computerizzati: esistono diversi sistemi di questo genere, per esempio “DEREK”, un programma sviluppato all’università di Leeds il cui database contiene molte informazioni sulle reazioni allergiche.

* Tecniche non-invasive per immagini: servono per la ricerca sul cervello, e consentono lo studio diretto del cervello umano, attraverso metodi sicuri e non invasivi, ad esempio la PET (Tomografia a Emissione di Positroni), l’elettroencefalografia, etc.

* Sistemi artificiali: sono modelli in vitro che simulano una parte del corpo umano. Esistono modelli dell’intestino umano, della pelle umana, gli occhi artificiali, etc.

Esistono moltissimi siti, riviste, strutture a favore dell’utilizzo di alternative alla vivisezione, ad esempio il Laboratorio di Analisi e Ricerca di Fisiopatologia (LARF), dell’Università di Genova, che a anni svolge esclusivamente sperimentazioni in vitro avvalendosi della ventennale esperienza del suo staff in diversi campi della patologia sperimentale o l’ECVAM – European Centre for the Validation of Alternative Methods, l’organismo incaricato dall’Unione Europea della validazione dei metodi alternativi all’uso di animali con sede a Ispra (Varese).

Per quanto riguarda la sperimentazione didattica esistono ormai centinaia di metodologie alternative già validate: modellini, manichini e simulatori meccanici animali e umani; film e video; libri di fotografie; simulazioni computerizzate; esperimenti su piante, microorganismi, colture cellulari e tessutali; pratica clinica.

Per la ricerca biomedica di base, infine, lo studio va fatto direttamente sull’uomo, ovviamente rispettando rigorosamente i limiti imposti dall’etica, e per i test di nuovi possibili farmaci si possono usare colture in vitro di tessuti o interi organi umani. Esistono metodi decisamente migliori della sperimentazione animale, quali la ricerca clinica, l’epidemiologia e la statistica, lo studio diretto dei pazienti tramite i moderni strumenti di analisi non-invasivi che hanno già dimostrato la loro efficacia per le malattie cardiache, e anche le autopsie e le biopsie. In Gran Bretagna esistono già tre fondi che finanziano la ricerca medica senza l’uso di animali, e un laboratorio di ricerca privato, Asterand, in cui non si usano animali, ma direttamente tessuti umani, offrendo alle ditte farmaceutiche di tutto il mondo la possibilità di condurre test su vari prodotti sviluppati, o ricerca di base, dedicati in particolar modo al miglioramento dell’efficienza nella scoperta e sviluppo di nuovi farmaci.

Nonostante tutte queste nuove scoperte e i considerevoli sforzi condotti per il loro sviluppo sono stati fatti relativamente pochi progressi nell’accettazione di questi test da parte degli organismi preposti, orientati ad adottare più volentieri tecniche a loro famigliari. Un altro problema consiste nel metodo di validazione che stabilisce l’affidabilità e la rilevanza di un metodo. Essa è prevista dalla legge ai fini della produttività per l’uomo di un dato prodotto, ma il problema sussiste sia nei tempi di validazioni, estremamente lunghi e onerosi, sia nel metodo con cui essa viene rilasciata. Infatti un metodo si ritiene valido quando fornisce per certe sostanze risultati simili a quelli ottenuti, in passato, per le stesse sostanze mediante animali da laboratorio. Già di per sé questo è insensato in quanto anche test tra una specie animale e l’altra danno risultati diversi, ma oltretutto è bene sapere che tutti i test su animali già in uso non sono MAI stati validati e la correlazione dei risultati da essi ottenuti e quelli ottenuti sull’uomo è molto bassa, spesso statisticamente irrilevante.

Finora solo tre metodi sono stati validati, in Europa, e solo uno di questi rispetta il principio della “terza R”, cioè non fa uso di animali, vivi o morti, né di loro parti.

Il test di foto-tossicità 3T3 NRU, usa cellule derivate da embrioni di topo, quindi la sua rilevanza per l’essere umano sarà tanto scarsa quanto quella degli esperimenti che usano topi vivi.

Gli altri due riguardano la corrosione della pelle: il primo è un modello di pelle umana e NON usa cellule animali; il secondo, TER – Transcutaneous Electrical Resistance usa pelle di ratti uccisi “in modo umano” (non si riesce proprio a capire il significato della frase), quindi non ancora pienamente scientifico.

Il problema che si presenta a questo punto è quello della disponibilità di tessuti umani, reale complicazione per chi vuole davvero usufruire di metodi alternativi e reale scusante per chi non ne vuole sapere. Per procurarsi questi tessuti si ricorre alla donazione, che può essere di due tipi: “da cadavere” o “da operazione chirurgica“, di sicuro più auspicabile ed eticamente meno problematica. Si ha così disponibilità di sangue, placenta, cordone ombelicale, tessuti asportati durante operazioni chirurgiche o biopsie. Questo tipo di donazione non è in alcun modo in concorrenza con quella per il trapianto in quanto molti organi e tessuti non sono comunque utilizzabili per i trapianti, anche e soprattutto nel caso di organi di pazienti deceduti.

Quindi la maggiore difficoltà che ostacola una vera e propria messa al bando della vivisezione animale non è la mancanza di alternative possibili o la mancanza di tessuti, ma la vera e propria mancanza di volontà da parte di medici, ricercatori, strutture e anche governi, arroccati sui vecchi metodi, sull’antico ipse dixit al cui riguardo non si possono fare domande, ma che ci si può solo limitare a seguire ciecamente. Il cambiamento spaventa per l’ignoto a cui si va sempre incontro, è vero, ma una realtà dominata dalla stupidità e dalla crudeltà nei confronti di animali come i 150 beagle che mediamente vengono massacrati ogni mese a Green Hill non è più tollerabile da una civiltà che, come la nostra, si professa moderna, evoluta, civile.



Fate sempre attenzione! di ldgsocial
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