Sabato, 16 dicembre 2017 - ORE:11:16

Erasmus: luci e ombre sul progetto di scambio più famoso d’Europa

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Il progetto Erasmus è nato nel 1987 con lo scopo di permettere agli studenti universitari europei di trascorrere, in un’università straniera, un periodo di studio legalmente riconosciuto dal proprio ateneo.
Il nome deriva dallo studioso e filosofo Erasmo da Rotterdam, il quale viaggiò per molto tempo in Europa per apprendere le culture dei diversi paesi.

Il punto focale del progetto Erasmus sarebbe quindi, teoricamente, lo studio.
Nella pratica, il progetto Erasmus è solo una lunga vacanza… per molti almeno.

Quando sono partita per l’erasmus, ormai quasi un anno fa, non sapevo a cosa sarei andata incontro.
Una settimana dopo il mio arrivo volevo già tornare a casa.

Ho resistito solo perché ho avuto la possibilità di dare esami che in Italia sarebbero stati impossibili, e avrebbero comportato un eccessivo carico di lavoro, in poco tempo e con uno sforzo non gravoso.
Ho resistito anche un po’ per orgoglio, nessuno ha voglia di ritornare da sconfitto, alla fine.
I mesi che ho trascorso in Spagna –A Las Palmas, per la precisione- sono stati difficili sotto ogni punto di vista: burocrazia, affitti, spese, bollette, esami in una lingua nuova, il dover ambientarsi in un luogo estraneo e soprattutto dover avere a che fare con i ragazzi Erasmus.

Si esatto, oltre alle varie categorie: il coinquilino di merda, il compagno universitario di merda, l’amico paccaro e i vecchietti che osservano i cantieri, esistono anche i così detti ragazzi Erasmus.
Sono loro, essenzialmente, che hanno reso la mia esperienza più simile ad un calvario piuttosto che ad un periodo di studio all’estero.

Il tipo umano del ragazzo Erasmus

Il ragazzo Erasmus tipo (non tutti sono così ovviamente) perde qualsiasi capacità apprendimento una volta atterrato nel paese ospitante. Da quel momento, il ragazzo Erasmus, pensa solo a comprare alcool, ad andare a feste per accalappiare qualche altra studentessa Erasmus e ad evitare le telefonate dei genitori.

I fidanzatissimi interrompono le relazioni dopo un mese oppure si costruiscono un bel teatrino, una doppia vita con doppia fidanzata o fidanzato. Giocano a fare gli equilibristi calcolando gli orari per Skype e per i messaggi vocali su whatsapp.

Il ragazzo Erasmus tipo non va quasi mai all’università e boccia tutti i pochi esami che sostiene.
Il ragazzo Erasmus tipo è così festaiolo che colleziona bottiglie di alcool, di Monster o Redbull per compensare tutte le ore di sonno che perde.

I pomeriggi sono mattine e le notti sono pomeriggi.

In definitiva il ragazzo Erasmus è un tipo assolutamente evitabile. Le persone che vivono questa esperienza si permettono di regredire all’età cerebrale che vorrebbero avere, di solito 16-17 anni. Iniziano ad instaurare rapporti banali e privi di solide basi. Molte volte abbandonano la buona educazione che sono costretti ad avere a casa e danno libero sfogo al loro essere italiani-medi della peggior specie.

Io ho osservato tutto questo in silenzio, ho guardato come si comportavano i miei coinquilini, di che natura erano i loro rapporti umani e ho deciso che non mi andava bene. Non mi piacevano le notti passate a imbottirsi di rum e droghe fino a star male o il passaggio di ragazze che avveniva tra uno e l’altro ragazzo.
Non mi piaceva l’eterno clima da spring break, né le iniziative delle associazioni per erasmus che lucravano tanto, fin troppo, con escursioni e feste in barca, in cui l’unico obiettivo era sballarsi e ballare musica oscena in un groviglio di corpi che non lasciava un minimo di spazio vitale.

In questi nove mesi mi sono ricreduta moltissimo sull’efficacia del progetto. Io ho dato esami, ho imparato abbastanza bene un’altra lingua e ho cercato di adattarmi ad un modo di vivere diverso.
Ma la maggior parte degli altri ragazzi, il mio coinquilino erasmus incluso, non hanno fatto così: hanno perso tempo, fatto festa praticamente ogni santo giorno della settimana, sperperato i soldi della borsa di studio europea in alcool e droghe. I libri sono stati un ricordo lontano per tanti mesi alla fine.

L’Unione Europea in definitiva dovrebbe attivare maggiori controlli, fare colloqui per verificare effettivamente chi è motivato e pronto per fare un’esperienza del genere o chi è adatto e abbastanza forte da sopportare tutto quello che il progetto erasmus comporta.

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Io ho capito di non essere stata adatta, non ho trovato me stessa, mi sono confusa ancora più le idee riguardo a cosa voglio dalla vita e adesso che sono tornata devo fare uno sforzo doppio per rientrare nelle dinamiche sociali che avevo prima e che ho inevitabilmente perso. Nel posto dove sono stata in erasmus, Las Palmas, non c’erano cose che mi interessassero particolarmente. Però, dopo tutti questi nove mesi, ho una cosa abbastanza chiara in testa: l’uomo può viaggiare quanto vuole per sentirsi vivo e per dare un senso alla propria vita, ma non tutti i posti rendono l’uomo, effettivamente uomo, carne sangue e spirito.

Se la vostra vita vi va bene per quello che è non partite, il mondo è diventato troppo precario e instabile per perdere tutte le sicurezze che uno ha sempre avuto. Tenetevele strette, tenetevi stretti i vostri amici di sempre e i vostri rapporti d’amore, perché l’erasmus è solo una lunga parentesi, ma alla fine bisogna tornare e se tutto è perduto cosa vi resta alla fine? Partite dopo, fatevi un master. Aspettate di essere pronti abbastanza per staccarvi emotivamente dalle cose.



Fate sempre attenzione! di ldgsocial
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