Giovedi, 29 giugno 2017 - ORE:11:00

Dalle proteste nel cuore della Spagna ad una prospettiva politica europea: si è conclusa l’era dei moderati?


Madrid, 27 Settembre, ore 22.10: le vie della capitale spagnola sono come sempre affollate da turisti che, passeggiando, ammirano il centro e da cittadini che hanno da poco finito di cenare ed escono per godersi una tipica giornata d’inizio autunno. Un’ordinaria serata per la capitale, senonchè, improvvisamente, spunta da una traversa di una via principale un’immensa colonna di manifestanti in bicicletta, con tanto di caschi e fischietti per farsi sentire. Superata la prima sorpresa, le reazioni dei madrileni sono molteplici: chi si unisce, ai cittadini in protesta con i mezzi che ha – a piedi, in bici, addirittura sui pattini in linea –, chi, ritrovandosi bloccato dentro la propria auto, impreca oppure suona il clacson in sostegno della folla, chi scuote la testa scettico, chi fa qualche video dal cellulare e segue la colonna di bici.

Poi arrivano le prime volanti della polizia, prima si sentono le sirene, dopo si intravedono le luci blu intermittenti: niente da fare però, i manifestanti sono troppi ed occupano tutta la strada, è impossibile cercare di supervisionare la zona con le auto. Le forze dell’ordine tentano allora di chiamare rinforzi dalle centrali, c’è anche qualche poliziotto che si arrischia a scendere per proseguire a piedi. Primi fischi alle auto della “Policia”, intanto la manifestazione raggiunge una delle piazze principali, che i ciclisti occupano per esprimere solidarietà e sostegno ai cittadini in protesta in tutta Madrid in quei giorni, per sottolineare lo scontento popolare e la profonda disapprovazione nei confronti della proposta di finanziaria e dei tagli previsti – da ratificare presso le Cortes, il Parlamento spagnolo, la sera del 30 Settembre – dal governo Rajoy. Cominciano degli slogan contro il governo, contro l’austerity: la lingua è diversa, ma le emozioni, i volti, le espressioni avvilite afflitte contrite rabbiose fanno il resto.

Sono quei volti, quelle grida, quella disperata determinazione che inducono a riflettere anche un turista di passaggio in quella città, in quel dato momento sociale e politico che, seppure di un altro Paese, per tanti – troppi – aspetti ricorda scenari già visti in Italia o in altri Stati d’Europa. Tutto ciò porta all’introspezione, all’autointerrogarsi, alla critica ed all’autocritica, induce a chiedersi dove si è sbagliato e, impellente come non mai, quale sia la soluzione a tali e tanti problemi.

Le risposte tentate sono state varie e disparate: dalla quasi miracolistica fede in leaders politici che, sebbene abbiano riportato l’attenzione sui problemi reali dello Stato, hanno proposto ben poche soluzioni concrete o attuabili, agli slogan – sintetici emblemi di correnti di pensiero –, tanto assoluti ed incondizionati quanto – ahimè – di moda a cortei studenteschi che certe volte ricordano happening annuali o rituali invalsi nella tradizione e negli usi.

Ciò che manca nelle soluzioni tentate finora è forse un grado maggiore di astrazione dall’immediato, dal contingente, dal “proprio mondo”, perché probabilmente non riusciamo ancora a pensare quel “ mondo globale” che è purtroppo stato raggiunto unicamente sul piano finanziario ed economico.

Il momento storico, politico, economico-sociale che stiamo attraversando ha rari precedenti nella storia moderna e, ancor più nello specifico, nel secolo scorso. Siamo giunti ad uno stallo politico fra parti sociali e governi di vari Stati, i quali, con sporadiche eccezioni di cui la Francia l’elemento più giovane e più fresco in fatto di proposte politiche, assumono la tendenza sempre più marcata ad attuare politiche vertiginosamente liberiste, adottate nell’illusione di un rilancio economico ma anche finanziario di varie zone europee, volte ad un sempre maggiore incremento dei capitali aziendali delle industrie trainanti l’economia di questo o quello Stato, incuranti della tutela ambientale, dell’insostenibilità di tali ritmi di produzione e di vita da un punto di vista ecologico – per non parlare di quello etico –, ignoranti ( più o meno volontariamente ) la saturazione praticamente completa di certe branche di un mercato orientato su produzioni di beni da rivedere nelle metodiche di lavorazione o che addirittura risultano obsolete alla luce di nuove tecnologie e nuovi modelli economici da seguire per ottenere economie più sostenibili.

Ad un’attenta analisi delle vicende recenti che stiamo attraversando, sia come Europa sia come cittadini del mondo, ma anche di dinamiche precedenti gli anni Cinquanta del Novecento, è ben comprensibile come spesso la natura delle crisi sia insita in un modus vivendi, in un’etica-non etica poco coerente, che indulge nei confronti di tentazioni che, promettendo facili e rapidi vantaggi, conducono a lungo termine a situazioni addirittura peggiori delle precedenti, che strizzano maliziosamente l’occhio a chi sgarra qualche volta, per piccole cose, piccole tasse, piccole evasioni, piccoli contratti in nero, piccoli scontrini non emessi, facendo apparire chi lo fa non tanto come un criminale, un contravventore delle regole, bensì un simpatico furbetto, che nel suo errare strappa comunque un sorriso e una scrollata di spalle con aria di sufficienza. Sono queste le – tante, troppe – indulgenze che ci siamo concessi, queste sono le scrollate di spalle che ci hanno fatto passare sopra la testa, come lontane chimere, problemi che avremmo dovuto vivere come propri ma che abbiamo vissuto come altri, che ci hanno fatto intendere il termine “proprio come mio” e non “come nostro”.

Sono queste timide, pavide aperture che, in politica, hanno trasformato partiti di maggioranza “moderatidi Sinistra, portandoli ad esternare agghiaccianti dichiarazioni su temi come lavoro, sicurezza sociale, beni pubblici, unità nazionale, che hanno fatto dimenticare i simboli e gli ideali di una Destra “ moderata “ monocratica, incentrata sul vantaggio del singolo a scapito degli altri, permettendo il ritorno alla ribalta di intollerabili movimenti estremisti che, rifugiandosi pateticamente dietro libertà d’espressione ed ideali non propri e non compresi, propugnano hobbesiani conflitti tra uomo e uomo, giustificati sulla base di presunta supremazia politica, economica o razziale.

E’ dunque giunto il momento di fermarsi a riflettere, di ripensarsi, di correggere in sé, e quindi nella società, quella tendenza ad affrontare superficialmente i problemi di ogni giorno, a cercare autisticamente la scorciatoia anche dove non c’è. Bisogna sforzarci di capire ed accettare il fatto che la vita è intrinsecamente problematica per ciascuno di noi, nessuno escluso. Dobbiamo essere più radicali in questo, meno “ moderati “, meno indulgenti: sulla base di tali prese di coscienza sarà possibile più facilmente creare schemi di risoluzione comuni a problemi comuni che, affrontati uniti e coscienti, permetteranno di ricostituire quel patto sociale che va sgretolandosi, prima che la società precipiti nella pallida e pericolosa inconsistenza dell’apolitica e del qualunquismo.



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