Giovedi, 17 agosto 2017 - ORE:23:25

Come nacque l’Isis

come nacque l'isis

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Cos’è l’Isis e com’è nato

Isil, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, noto ai più come Isis (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) è un gruppo di Jihadisti che nel Giugno del 2014 ha proclamato la nascita di uno califfato islamico che si estende dalla città siriana di Aleppo fino all’est dell’Iraq.

Circa 6 milioni di persone possono essere considerate appartenenti allo Stato Islamico, o per lo meno soggette al suo controllo. In quella stessa data, Abu Bakr Al-Baghdadi è stato nominato Califfo dei musulmani, iniziando a ricoprire così la carica più importante all’interno dell’organizzazione, ma anche in tutto il mondo sunnita. Chi lo conosceva prima di quella data ha affermato che mai avrebbe creduto potesse arrivare così lontano.

Il personaggio di Abu Bakr Al-Baghdadi e le lacune sulla sua storia

Al-Baghdadi è una personalità sfuggevole, apparsa solo una volta in video in occasione di un discorso tenuto in una moschea al cospetto di migliaia di militanti e fedeli del califfato. Si conosce poco della sua vita prima di essere Califfo; sembra sia originario della città sunnita di Samarra e che, prima dell’invasione irachena da parte degli USA, abbia ottenuto un dottorato in studi islamici presso l’Università di Baghdad. Nel 2004 venne rinchiuso nella prigione Camp Bucca dagli americani.

Qui le notizie si fanno più frammentarie e confuse, nonostante sia individuabile in questo periodo la radicalizzazione del suo credo religioso e delle sue idee politiche. Non si sa quanto sia rimasto imprigionato a Camp Bucca; c’è chi dice un anno appena, essendo considerato poco pericoloso da parte dei soldati americani, e c’è chi dichiara vi sia rimasto per circa 5 anni.

Le prigioni americane, la caduta di Saddam e tutti gli altri fattori che hanno facilitato il rafforzamento del Califfato

Ciò che sembra essere condiviso da tutti è che il campo americano situato in Iraq fu una vera a propria palestra per tutte le future figure di rilievo dello Stato Islamico, e un punto d’incontro cruciale tra tutti loro.

Alcuni studiosi hanno affermato con certezza che le carceri americane, durante l’occupazione irachena, furono le fabbriche dell’ideologia del califfato, e che se non fossero esistite oggi non avremmo quella che chiamiamo Isis, e il mondo non tremerebbe continuamente.

Alcuni membri di rilievo del gruppo hanno addirittura dichiarato che le prigioni resero il loro lavoro più facile: molti leader dell’attuale califfato non avrebbero mai trovato modo d’incontrarsi altrimenti. Al-Baghdadi, che era tra di loro, non sembrava però essere il naturale capo supremo che avrebbe riunito sotto di sé più di 30mila combattenti sostenitori della causa islamica. Era tranquillo e solitario, spesso d’aiuto ai secondini americani che lo consideravano un aiuto nel comunicare con gli altri detenuti.

Approfittava continuamente di questa sua posizione favorevole per poter indottrinare gli altri prigionieri, convincendoli che gli americani stessero tramando per cedere il potere ad un governo di matrice sciita.

Quando le carceri statunitensi persero valore, in seguito a chiusure improvvise ed evasioni di massa, la rete di comunicazione tra i vari jihadisti una volta detenutivi era ben salda. Fu per tutti loro facilissimo ristabilire i contatti una volta tornati a Baghdad. Seguirono anni di stabilizzazione e di “pausa”, durante i quali i futuri terroristi più temuti al mondo cercarono di plasmare un’ideologia coerente e un piano d’azione efficace per metterla in atto. Iniziarono a tessere relazioni con governi vicini dell’Iraq, tra cui quello siriano che giocò un ruolo fondamentale permettendo l’utilizzo dello scalo aereo di Damasco per far giungere combattenti lontani e residenti in altri luoghi, soprattutto in occidente. Ma anche perché le città siriane furono un rifugio sicuro per i leader iracheni costretti a fuggire dall’Iraq dopo la caduta del loro protettore Saddam Hussein.

Nel frattempo, Abu Bakr scalava sommessamente i gradini che lo separavano da essere l’uomo più importante per l’Isis; il suo predecessore venne ucciso in un raid aereo statunitense nel 2010. Lui era riuscito a diventare la sua spalla destra, e a conquistarsi la fiducia di tutti gli uomini più influenti dello Stato. Sono stati trovate tracce della sua attività come messaggero dell’Isis, etra i messaggi che pare abbia consegnato ce n’erano alcuni indirizzati al covo in Pakistan di Bin Laden. Quello in cui fu ucciso. Gli americani, ma anche i pochi jihadisti che hanno parlato, sotto mentite spoglie, a giornalisti occidentali o a uomini politici, hanno ammesso di aver sottovalutato la figura di Al-Baghdadi; nessuno avrebbe scommesso alcunché sulla sua ascesa politica, né che potesse diventare il più sanguinario protettore della tradizione sunnita.

La situazione dell’Isis oggi e il regime del terrore

mappa dell'avanzata dell'isis

Oggigiorno ci sono circa 30mila combattenti, volontari o meno, che affollano le file dell’Isis. La città di Raqqa, roccaforte del movimento e città principale dello Stato Islamico, è tenuta sotto strettissimo controllo: pattuglie armate di uomini e donne (coperte da 3 spessi veli che oscurano i loro volti) non dormono mai.

Chiunque manchi di rispettare i cinque pilastri dell’Islam, le 5 leggi fondamentali del buon musulmano, deve essere punito. Niente divertimento, niente musica, solo terrore. Lo Stato Islamico non punta ad un’espansione territoriale come affermazione della propria grandezza: questa sarebbe solo un mezzo attraverso il quale far capire la plausibilità del progetto del Califfato; rievocando ciò che diceva il predecessore di Abu Bakr Al-Baghdadi, Al Zarqawi: Damasco e Baghdad sono le due capitali storiche dei grandi califfati arabi.

L’Isis non cerca riconoscimenti territoriali o politici, non riconosce la comunità internazionale. La territorialità porta solo al reclutamento di nuove milizie. Al momento comunque, tra i battaglioni della morte che pattugliano il perimetro delle città conquistate, si possono contare tantissimi stranieri, provenienti da ogni dove in Europa. Molti di loro attratti dalla propaganda violenta e accattivante della jihad, che con i suoi video delle esecuzioni degli infedeli o di occidentali mira a spaventare, ma anche ad attrarre. Moltissime donne lasciano la loro vita per seguire mariti, fidanzati o fratelli sostenitori del Califfato. Credono nella crociata anti-eretici (occidentali e sciiti, oppure occidentali che sostengono gli sciiti) e devolvono tutto alla vita della comunità.

La violenza, dilagante, è quella che ha mosso alcuni a fuggire, a dire “non è questo il califfato per cui volevo combattere”: ma spesso è troppo tardi.



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