Sabato, 16 dicembre 2017 - ORE:11:10

25 APRILE, la festa della Liberazione dal Nazifascismo


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Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

(P. Calamandrei)

Sono nata negli anni ’90. Appartengo a una generazione privilegiata: una delle ultime che ha potuto confrontarsi con le persone che hanno vissuto la guerra e ce l’hanno potuta raccontare. Moltissime testimonianze entro pochi anni saranno perdute per sempre, ma credo che più o meno tutti noi che abbiamo vent’anni abbiamo avuto questo privilegio: quando eravamo bambini una persona molto più anziana di noi, nostro nonno, o nostra nonna, o qualcun altro, ci ha preso sulle ginocchia e occhi negli occhi ci ha raccontato che quando aveva all’incirca la nostra età, c’era una cosa che si chiamava fascismo, e una cosa che si chiamava Resistenza.

Quando si è bambini questi racconti hanno il sapore delle favole, favole orrende e sanguinarie, eppure credo che mai come a quell’età restino così impressi i dettagli più assurdi delle storie e lo sguardo di chi ce le racconta. Calamitati dagli occhi dei nostri narratori abbiamo vissuto, per traslato, una realtà spesso già travisata, dai nostri nonni a loro volta bambini e adolescenti, eppure la guerra non era mai onirica e surreale come spesso sono le memorie infantili, era sempre netta, definita come una fotografia nelle parole di chi la raccontava.

I particolari più brutali ci colpivano con la stessa facilità di quelli assolutamente inutili: c’era il prete buono che teneva i sermoni in codice per aiutare i partigiani, e quel nazista che aveva gli occhi azzurri, così azzurri mentre sparava a freddo contro i ragazzini di quindici anni, poi c’era Mario, sui monti, quella vecchia volpe, lo chiamavano il Cometa, lui l’hanno fregato solo il tabacco e il vino, ma i fascisti non l’hanno preso, e sì che ci siamo andati vicino così, e quella volta che c’era la Betti davanti alla chiesa era così bella in quel vestito bianco e blu, che corsi da lei e le chiesi di sposarla, anche se ci conoscevamo solo di vista, capisci, erano altri tempi, c’era la guerra.. da bambini eravamo Figli della Lupa e poi Balilla, poi crescevi, ti mettevi il fazzoletto e andavi a sparare sui tuoi ex-compagni di classe.. tua nonna veniva col paniere a portarci le armi… lo vedi questo sasso? Con questo sasso abbiamo liberato Milano, con questo e altri, con le pistole e con i ragazzi, era il 25 aprile del 1945..

Ma inizi a capire soltanto dopo. Alla scuola elementare Licia Rosati studiammo la guerra e la resistenza, tra le righe fredde, cliniche del libro di storia i nazisti avevano gli occhi così azzurri, e le liste lugubri di partigiani morti erano bande di ragazzi che fumavano e bevevano come Mario il Cometa, e le ragazze ammazzate nelle stragi, a S. Anna di Stazzema, erano tutte la Betti nel suo vestito bianco e blu, erano tutte la nonna col paniere pieno di pistole e dopo che avevi ripetuto l’interrogazione di storia i sassi nel cortile erano i sassi con cui l’amico del nonno aveva liberato Milano, con le pistole e gli altri ragazzi, il 25 aprile 1945.

Alla scuola elementare Licia Rosati ci portarono a fare una gita sui monti pisani, soltanto qualche centinaio di metri a distanza dall’edificio scolastico. Era primavera e i monti brillavano di sole, ci portarono su fino a una lapide in mezzo al verde. C’era una signora anziana che si occupava della cura della lapide e che ci raccontò la storia, con le sue parole un po’ confuse, eppure così brutali, così definite. Ad memoriam di Licia Rosati, ci spiegò, che aveva sedici anni quando fu ammazzata dai nazisti, proprio qui, in questo punto, dove adesso c’è questa lapide, un reparto tedesco, il 4 agosto del 1944, lei era una sfollata, ed era la sorella di Faliero Rosati ch’era un partigiano, e loro l’hanno trucidata dopo averla… dopo averla… e ci fu un vuoto dopo queste parole, un vuoto così pieno, così pesante, così atroce.

Sono nata negli anni 90 – e io come tutti coloro che oggi hanno vent’anni – ho avuto il terribile privilegio di leggere negli occhi di chi raccontava quelle parole che non si possono dire, quei particolari che non si trovano nei libri o nei documenti, quel colore che assume la storia quando ad averla vissuta è stata la persona che ora, di fronte a te, ti stringe la mano.

Noi ventenni oggi abbiamo un unico dovere: che quelle parole, quei gesti, quelli sguardi, che abbiamo impressi nella memoria rimangano impressi attraverso le nostre parole, i nostri gesti, i nostri sguardi, nella memoria di coloro che non hanno o non avranno la fortuna di conoscere la Storia dalla bocca di chi l’ha vissuta. Che la nostra memoria sia tramite di quella degli eroi che hanno rischiato la loro vita per la nostra.



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